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Soccorso alpino - Stazione
di Lanzo
Come trattare le lesioni
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Il trattamento delle lesioni comprende moltissimi aspetti, che vanno dalla rianimazione alla
semplice cura di una distorsione. Ricordarsi sempre che il primo obiettivo
deve essere quello di non
provocare danni peggiori con manovre inadeguate.
RIANIMAZIONE
Rianimare un paziente non è semplice neanche per chi lo fa di mestiere e che comunque deve
mantenersi costantemente aggiornato ed esercitato.
Tuttavia, in casi di estrema necessità e solo dopo aver valutato che siano assolutamente
indispensabili per un grave pericolo di vita, vale la pena di tentare di mettere in atto le principali
manovre rianimatorie, ricordandosi sempre che il primo obiettivo è quello di non danneggiare
ulteriormente il paziente.
Anche qui bisogna avere uno schema chiaro in mente, quello proposto è quello adottato
universalmente, che consiste nel BLS (Basic Life Support):
-
LIBERARE LE VIE AEREE
-
RESPIRAZIONE ARTIFICIALE
-
MASSAGGIO CARDIACO
1 - Liberare le vie aeree
E' una tappa apparentemente ovvia, ma da non trascurare: spesso basta già questo per
permettere ad un infortunato incosciente di riprendere a respirare.
Come sempre, bisogna seguire uno schema chiaro
COME LIBERARE LE VIE AEREE

-
mettere l'infortunato sdraiato sulla schiena;
-
stendere bene la testa all'indietro, sostenendo con una mano la nuca e inclinando con l'altra,
appoggiata alla fronte, la testa all'ingiù (con delicatezza, per non provocare danni alla colonna
vertebrale);
-
spingere in avanti la mandibola;
-
con le dita, liberare la bocca da tutto ciò (vomito, sangue, secrezioni varie) che può ostacolare il
respiro.
2 - Respirazione artificiale
È la tappa successiva, da mettere in pratica solo se la prima non è stata sufficiente per far
riprendere la normale respirazione.
La posizione dell'infortunato è la stessa di prima, e vanno fatte le seguenti manovre:
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aprire bene la bocca del ferito con una mano e tenerla aperta;
-
chiudere con l'altra mano il naso;
-
mettere le labbra sulla bocca dell'infortunato;
-
soffiare con forza;
-
controllare che il torace si sollevi;

3 - Massaggio cardiaco
Il massaggio cardiaco esterno è una manovra non semplice, faticosa, che può comportare danni
per chi è soccorso, ma che è anche l'unico mezzo, in caso di arresto cardiaco, per salvare la vita del
paziente.
Occorre quindi impararne la tecnica da istruttori esperti, e praticarlo solo in caso di estrema
necessità.
Il massaggio cardiaco va praticato soltanto in presenza di arresto cardiaco cardiaco, cioè di un cuore che non
batte più. Per capire se il cuore batte:
-
cercare i polsi
-
cercare di sentire il battito cardiaco sulla parte sinistra del torace
Procedere con il massaggio solo se non c'e' nessun segno di attività del cuore.
TECNICA DEL MASSAGGIO CARDIACO
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Mettere il ferito sdraiato sul dorso su una superficie rigida.

-
Mettersi di fianco o a cavalcioni, inginocchiati sopra il ferito.
-
Mettere le mani nel punto indicato nella figura.

-
Con le braccia tese spingere energicamente, aiutandosi con il proprio peso, in
modo da abbassare lo sterno di circa 3-4 cm. (per esercitarsi provare su una
normale bilancia ad impiegare una forza di circa 5 Kg.).

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Continuare le pressioni al ritmo di 60/65 al minuto.
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Se si è‚ soli: 15 compressioni - 2 respirazioni artificiali
-
Se si è in due: 5 compressioni - 1 respirazione artificiale
-
Ripetere le operazioni finché non compare il battito cardiaco, oppure fino ad un massimo di
circa 15 minuti.

SHOCK
Condizione di non semplice definizione, ma che può comunque essere considerata come un insieme
di fenomeni conseguenti ad una insufficienza circolatoria acuta.
Le cause più frequenti di shock sono:
-
emorragia
-
lesioni del cervello
-
infarto cardiaco
E' soprattutto importante riconoscere i sintomi dello shock:
-
tachicardia
-
pelle pallida o grigia, spesso con sudore freddo
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respiro ansimante
In caso di shock:
NO
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muovere l'infortunato prima di aver rimosso le cause dello shock
-
somministrare alcolici
-
somministrare liquidi o cibo se il paziente è incosciente o con trauma addominale
-
mettere seduto il paziente
-
mettere il paziente a contatto con fonti di calore.
SI
-
mettere il paziente nella posizione corretta: supino con le gambe alzate se cosciente, di
sicurezza se incosciente
-
garantire protezione termica
-
eventuale rianimazione
-
eventuale arresto emorragia
Ricordarsi che la posizione supina, con le gambe rialzate, è anche l'unica corretta nel caso di
semplice svenimento.

EMORRAGIA
Emorragia è la fuoriuscita di sangue da un vaso e può essere dovuta alla rottura di una vena o
di una arteria.
Ci occuperemo solo della cura delle emorragie esterne, ricordando che quelle interne sono molto
pericolose, richiedono il ricovero e si manifestano per lo più con uno shock.
Operazioni:
-
Compressione della ferita
-
Sollevare se è un arto
Se smette:
Se non smette:
-
Legatura se è un arto.
-
Compressione del vaso contro l'osso se è al tronco/testa
COMPRESSIONE DELLA FERITA
Può essere fatta con un tampone, un fazzoletto, pulito oppure direttamente con le dita,
avvicinando i bordi della ferita.
COMPRESSIONE DEL VASO
Va sempre effettuata a monte della ferita, cercando di schiacciare il vaso interessato tra la
propria mano e una superficie ossea rigida.
E' ovviamente un provvedimento di estrema urgenza e temporaneo, che non appena possibile
va sostituito con misure meno provvisorie, quale ad esempio la legatura.
LEGATURA
E' una manovra che può provocare danni, per cui va fatta:
-
solo se le misure precedenti non sono state sufficienti
-
solo agli arti
-
alla radice degli arti
-
solo con materiale largo e morbido (es. fazzoletto ripiegato) per evitare lesioni permanenti a
nervi e vasi
-
segnare sempre l'ora in cui è stata fatta: poiché la zona a valle non riceve più sangue, dopo circa
un ora la legatura va necessariamente allentata.

FRATTURA
Frattura è la rottura di un osso.
In alcuni casi questa rottura è evidente (es. frattura di un osso della gamba, con spostamento
dei segmenti ossei), ma molto spesso la diagnosi definitiva può essere fatta soltanto ricorrendo ai raggi
X.
I sintomi che possono suggerire l'idea di frattura sono:
-
dolore
-
gonfiore della parte
-
deformazione per lo spostamento dei segmenti ossei
-
incapacità di usare la parte interessata
Non sempre tutti questi sintomi sono presenti e spesso quelli presenti non permettono una
diagnosi definitiva, per cui:
-
considerare il sospetto di frattura come frattura
-
considerare potenzialmente pericolosi tutti i traumi di una certa entità a carico del cranio e
della colonna vertebrale.
CURE PER TUTTE LE FRATTURE:
-
non muovere l'infortunato a meno che si trovi in una situazione di grave e immediato pericolo.
Il trasporto va effettuato dal Soccorso Alpino, che va sempre chiamato;
-
non fare nessun tentativo di rimettere a posto i frammenti dell'osso. Questo è tassativo anche in
caso di frattura esposta, quella in cui i segmenti ossei escono dalla pelle. In questo caso bisogna
limitarsi a pulire la ferita, coprirla con tessuto sterile o pulito, e tentare un'immobilizzazione
così com'è;
-
immobilizzare la parte fratturata : per una buona immobilizzazione è necessario bloccare l
'articolazione a monte e a valle della zona interessata.
Avvertenze per l'immobilizzazione:
-
imbottire la parte con quello che si ha a disposizione
-
fasciare abbastanza stretto per bloccare il tutto, ma senza impedire la circolazione del sangue.
-
fermare la fascia su una parte sana.

Esempio di immobilizzazione di fortuna di una frattura di braccio/avambraccio

Esempio di immobilizzazione di fortuna di una frattura di gamba
Schema di immobilizzazione
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LESIONE
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BLOCCARE DA
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A
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piede/caviglia
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piede
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ginocchio
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gamba/ginocchio
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piede
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inguine
|
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femore/anca
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gamba
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ombelico
|
TIPI PARTICOLARI DI FRATTURE
Fratture craniche: difficili da riconoscere, ed inoltre si possono avere contusioni interne anche senza
fratture.
Sintomi allarmanti:
-
perdita di coscienza duratura
-
perdita di coscienza dopo un periodo di lucidità
-
comparsa di sonnolenza
-
comparsa di vomito
-
asimmetria di pupille
Trasportare sempre in ospedale qualunque trauma cranico di una certa entità.
Fratture vertebrali: pericolosissime, perché‚ tendono a passare inosservate, ma possono provocare
lesioni del midollo spinale se trattate in modo inadeguato.
Sospettare sempre frattura se c'è:
-
trauma diretto / caduta in piedi
-
dolore alla schiena
-
paralisi
nel dubbio, meglio eccedere in prudenza comportandoci come in presenza di frattura:
-
non muovere il ferito, se non per assoluta necessità
-
tenere il ferito disteso su un piano rigido, imbottendo le curvature naturali
della schiena
-
chiamare tassativamente i soccorsi.

CONTUSIONI/DISTORSIONI
Vengono trattate insieme in quanto il comportamento è analogo nei due casi.
Le contusioni si hanno a seguito di traumi a carico delle parti molli (muscoli, tessuto sottocutaneo)
senza presenza di ferite cutanee, ma con fuoriuscita di sangue all'interno dei tessuti (ematoma), il che
provoca un caratteristico gonfiore della zona interessata.
Le distorsioni sono lesioni a carico delle articolazioni, che vengono provocate da movimenti eccessivi
o troppo bruschi. I sintomi sono sempre i soliti:
-
dolore
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gonfiore dell'articolazione.
Terapia
-
Impacchi freddi
-
Bendaggio con benda elastica.
In caso di distorsione, o se c'è‚ il minimo sospetto di una frattura:
-
non utilizzare l'arto
-
immobilizzazione con bendaggio.

MORSO DI VIPERA
In Italia i casi di morsi da vipera sono relativamente poco numerosi, ed hanno una mortalità
bassissima: l'unico vero rischio di vita è per le persone anziane o malate di cuore, o per i bambini, in cui
il rapporto dose di veleno/peso corporeo è sfavorevole.
Queste considerazioni, unitamente ai rischi del siero antivipera, fanno sì che il suo uso sia da
sconsigliare se non sotto diretto controllo medico.
La terapia più semplice è:
-
immediato bendaggio con bende elastiche, dell'arto colpito, senza togliere i vestiti e senza
muoverlo in nessun modo
-
stringere bene la benda (come per una distorsione), senza fermare del tutto la circolazione del
sangue
-
immobilizzare l'arto colpito con steccatura
-
trasportare il paziente, che non deve camminare, al più vicino ospedale
-
non dare da bere alcolici , limitandosi a controllare le condizioni generali.

COLPO DI CALORE/COLPO DI SOLE
Riuniamo queste due patologie in quanto hanno sintomi e terapie simili. Il primo è provocato da
un eccessivo innalzamento della temperatura corporea legato ad insufficiente traspirazione, mentre il
secondo è provocato dall'esposizione al sole del capo scoperto per un lungo periodo.
Sintomi:
-
pelle arrossata
-
respiro accelerato
-
battito cardiaco accelerato
-
mal di testa, nausea
-
svenimento.
Terapia:
-
portare il paziente in un luogo all'ombra e arieggiato
-
mettere il paziente sdraiato sulla schiena se cosciente, e in posizione di sicurezza se incosciente
-
sbottonare i vestiti
-
applicare impacchi freddi su capo, collo, braccia, gambe
-
somministrare bevande fresche e saline (solo se cosciente).
Prevenzione:
-
non sottoporsi a sforzi eccessivi su ghiaioni/ghiacciai, in assenza di vento e nelle ore più calde
-
indossare indumenti che lascino traspirare
-
bere abbondantemente.

ERITEMA SOLARE/OFTALMIA DEI
GHIACCIAI
ERITEMA SOLARE
Si tratta di una reazione della pelle esposta alle radiazioni solari senza gradualità, che va da un
semplice arrossamento ad una vera e propria scottatura e che deve essere trattata come tale.
Avviene anche al mare, dove lo specchio d'acqua riverbera le radiazioni come fanno le superfici
dei ghiacciai e dei nevai.
L'alpinista dovrebbe sempre avere con sè un tubetto di crema a protezione totale da applicare
sulle parti scoperte anche più volte al giorno, e il viso dovrebbe essere protetto, oltre che dalla crema e
dagli occhiali, anche dalla visiera di un copricapo.
OFTALMIA DEI GHIACCIAI
È una lesione delle cellule della cornea, accompagnata da congestione della congiuntiva.
È dovuta all'azione degli ultravioletti, ma anche dal freddo e dal vento, che colpiscono i bulbi
oculari attraverso la fessura palpebrale tutte le volte che si resta a lungo sul ghiacciaio, o sulla neve,
senza occhiali protettivi.
Questi, oltre alle lenti ad assorbimento elevato, debbono essere muniti di protezioni laterali che
fermano il vento e la radiazione diffusa, e limitano l'azione del freddo.
La sintomatologia insorge alcune ore dopo l'esposizione, in genere la sera, e consiste in
sensazione urente di sabbia negli occhi, intolleranza alla luce, lacrimazione, impossibilità a tenere gli
occhi aperti.
La durata dei sintomi dipende dall'entità delle lesioni, ed è almeno di 24 ore per le forme più
lievi.
La terapia consiste nell'uso di collirio con atropina e di cicatrizzanti corneali, mentre è da
evitare l'applicazione topica di cortisonici ed anestetici. Può essere utile l'applicazione di pezzetti di
ghiaccio sulle palpebre.

CONGELAMENTI
I congelamenti sono lesioni da freddo localizzate, che possono insorgere anche a quote molto
basse, come ad esempio sul nostro Appennino, in giornate particolarmente fredde, umide e soprattutto
ventose in quanto il vento è un fenomeno altamente aggravante.
I distretti più colpiti sono usualmente quelli periferici come: dita delle mani e dei piedi, lobi
delle orecchie, punta del naso e guance.
Il congelamento, che può essere di vario grado, inizialmente si presenta come un dolore sordo
della parte colpita che via via si attenua fino a scomparire, assieme alla sensibilità; vi è inoltre un certo
pallore cutaneo, e possono esservi formicolio e pizzicori.
L'evoluzione non trattata del congelamento porta ad un arresto totale della circolazione del
sangue nella parte colpita, con morte (necrosi) dei tessuti vicini e perdita della parte.
Se il riscaldamento della parte avviene durante lo stadio precoce del dolore, ogni danno
permanente viene evitato. E' quindi importante non sottovalutare questo sintomo: meglio scendere
subito al rifugio o alla macchina magari per un falso allarme, che ritrovarsi poco dopo con la parte
completamente insensibile.
Se ci si ritrova già nella fase successiva della mancanza completa di sensibilità, bisogna
ovviamente portarsi al più presto in un posto attrezzato ove l'unico rimedio possibile, in attesa di
ricorrere a cure specializzate, è la rimozione di qualsiasi ostacolo alla circolazione (anelli e orologi ) e
l'immersione in acqua calda (35C- 40C al massimo) della parte colpita.
Sono assolutamente da evitare:
-
frizioni con neve , che non fanno altro che aumentare la dispersione del poco calore residuo,
oltre che aggravare il danno tessutale
-
riscaldamenti tramite fonti di calore secche come fuochi, marmitte di auto, etc. di cui non si può
controllare la temperatura e che possono procurare ustioni con gravissime conseguenze
-
la perforazione delle eventuali vesciche createsi per il congelamento
-
somministrazione di alcolici, che causano una vasodilatazione periferica favorendo ulteriore
perdita di calore.
La prevenzione dei congelamenti si fonda essenzialmente sull'uso di un buon paio di guanti
impermeabili al vento ed all'umidità e sulla sostituzione degli stessi nel caso che si bagnino (l'umidità è
infatti un altro fattore di aggravamento della dispersione termica ).

ASSIDERAMENTO
Con assideramento o ipotermia si indica un quadro clinico che interessa tutto l'organismo,
dovuto alla diminuzione della temperatura corporea al di sotto dei 35C e caratterizzato da una
progressiva depressione di tutte le funzioni organiche: respiratoria, cardio-circolatoria, metabolica,
muscolare, nervosa e psichica. Da ciò deriva una marcata riduzione della capacità di reazione
dell'organismo stesso.
Il soggetto colpito, disseppellito da valanga, caduto in crepaccio, disperso, ecc., si presenta
inizialmente pallido, agitato e scosso da violenti brividi, impacciato nei movimenti, con dolori articolari
e muscolari.
Se l'esposizione al freddo continua, la temperatura può raggiungere valori molto bassi, anche al
di sotto dei 30C, ed il soggetto entra in coma.
I provvedimenti da adottare, in presenza di soggetti ipotermici - in attesa di interventi medici
appropriati - sono tutti volti a ripristinare la normale temperatura corporea:
-
condurre il soggetto al più vicino posto riparato dal vento (rifugio, baita,etc.)
-
rimuovere immediatamente gli indumenti umidi o bagnati, che favoriscono le dispersioni di
calore, e sostituirli con indumenti asciutti e caldi
-
non somministrare bevande alcoliche
-
non massaggiare le estremità e muovere l'infortunato il meno possibile.
Come per i congelamenti valgono alcuni principi fondamentali di prevenzione prevenzione:
-
andare in montagna allenati ed in condizioni fisiche buone; un fisico debilitato è più sensibile
all'ipotermia
-
essere ben equipaggiati e portare sempre con sè indumenti di ricambio
-
alimentarsi correttamente privilegiando gli zuccheri ed i carboidrati (pane, pasta, biscotti,
frutta secca), molto energetici e assai digeribili
-
bere bevande calde e zuccherate per combattere la disidratazione
-
non assumere alcolici.

MALE DI MONTAGNA
ACUTO BENIGNO
Sintomi e classificazione
Compaiono da 4 a 18 ore dopo l'esposizione alla quota e i principali, in ordine di frequenza, sono:
-
cefalea
-
insonnia
-
nausea e anoressia
-
vertigini
-
vomito
-
dispnea a riposo
-
affaticamento anormale
-
diminuzione della diuresi
Prevenzione
La prevenzione è legata all'allenamento e alla gradualità dell'ascensione. E' da evitare la
prevenzione tramite medicamenti.
Terapia
La cura più efficace è la perdita di quota.
Se si tratta di forma lieve o moderata, può bastare il riposo e un blando analgesico per trattare
la cefalea.
Da evitare i sonniferi.
Nella forma più importante si impone la discesa a quote inferiori per il pericolo di gravi
complicanze. In questi casi il ricorso al cortisone e a ossigeno possono facilitare la discesa.

EDEMA CEREBRALE
D'ALTA QUOTA
Di solito si presentano oltre i 3500 metri.
Sintomi
Si tratta in genere di persone in fase di adattamento alla quota, affette da male di montagna severo
in graduale peggioramento, le quali presentano:
-
comportamento irritabile, irrazionale
-
cefalea che non cede agli analgesici, e si accentua con la flessione, la tosse, lo sforzo
-
vomito
-
incoordinazione motoria
-
paralisi di alcuni nervi cranici e visione doppia
Più raramente può colpire persone già perfettamente adattate a quote superiori a 7 mila metri, e
questa è la forma più acuta e più grave.
Prevenzione
Come per il male di montagna acuto
Terapia
Consiste nel ritorno alle condizioni di pressione atmosferica presenti a 2500 metri, ottenuto con
la discesa o con il cassone portatile di ricompressione.
Utili nell'attesa cortisone e ossigeno.
In assenza di terapia la sintomatologia evolve verso la perdita di coscienza ed il coma.

EDEMA POLMONARE
D'ALTA QUOTA
Compare tra i 2000 e i 7000 metri
Sintomi
Si tratta in genere di soggetti giovani, saliti in quota da pochi giorni, nei quali possono essere
presenti uno o più segni di male di montagna acuto, e che
presentano:
-
affanno respiratorio (dispnea) durante lo sforzo fisico, e poi anche a riposo
-
tosse, prima secca, poi accompagnata da schiuma rosea o emorragica
-
colore violetto delle labbra e delle estremità (cianosi)
-
polso frequente
-
febbre
-
crepitii all'ascoltazione del torace e rantoli respiratori.
Prevenzione
Come per il male di montagna acuto.
Nei soggetti predisposti viene consigliata una prevenzione medica con Acetazolamide.
Terapia
-
Riposo.
-
Protezione dal freddo.
-
Inalazione di ossigeno.
-
Trasporto a quota più bassa. Se questo non è possibile, si può ricorrere al cassone portatile
iperbarico.
In assenza di terapia la malattia può evolvere verso il coma.

MALE DI MONTAGNA CRONICO
I sintomi sono quelli del male di montagna acuto, in genere attenuati, ma senza tregua o
miglioramento durante il soggiorno in quota.

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